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Le Bellezze del Cilento

Paestum

L’area archeologica di Paestum è una dei principali siti archeologici del mondo ed è riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’Umanità. La città fu fondata nella Piana del Sele (soprannominata la Piana degli Dei) dai coloni greci agli inizi del VI sec. a.C con il nome di Poseidonia, la città di Nettuno.

In seguito fu occupata dai lucani che la ribattezzarono Paistom, nel 273 a.C. Roma vi fondò la colonia latina di Paestum dotandola di terme, foro e anfiteatro. Nel V sec. d.C Paestum assunse a rango di diocesi per essere successivamente abbandonata a cause delle incursioni saracene e dell’estendersi delle paludi.Completamente caduta nell’oblio bisognerà aspettare fino alla metà del ‘700 per scoprire i suoi resti. La città antica è circondata da circa 5 km di mura, considerate uno dei sistemi di fortificazione meglio conservati della Magna Grecia, su cui si aprono le 4 porte principali di accesso (Porta Aurea, Porta Giustizia, Porta Sirena e Porta Marina).
Al suo interno si distinguono tre aree: due sacre (il santuario settentrionale e quello meridionale) ed una pubblica al centro (prima Agora greca e poi Foro Romano). Nei due santuari si possono ammirare tre splendidi esempi di architettura templare di ordine dorico perfettamente conservati, vale a dire: il tempio di Cerere, dedicato ad Athena, il grandioso tempio di Hera (impropriamente detta basilica), consacrato alla dea della fertilità e, il tempio di Nettuno sacro forse ad Apollo. Nell’area pubblica trovano posto edifici di età greca, come l’ekklesiasterion(edifico assembleare) e l’heroon (edificio consacrato al fondatore della città) e costruzioni romane come, il foro circondato da un portico di ordine dorico, il tempio della pace, l’anfiteatro in cui avevano luogo i combattimenti tra gladiatori e, i quartieri abitativi. Merita una visita anche il Museo Archeologico in cui sono esposti i numerosi reperti rinvenuti all’interno dell’area, tra cui i famosi dipinti della tomba del Tuffatore, uno dei pochi esemplari superstiti di pittura classica.

Area Archeologia di Velia

Velia, l’antica Elia (dal nome della sorgente locale Hyele), fu un’importante città della Magna Grecia fondata intorno al 540 a.C. da esuli di Focea sulla sommità di un promontorio.

Area Archeologia di Velia

Nel V sec. a. C. la città era nota per i floridi commerci e soprattutto, per la scuola filosofica eleatica fondata da Parmenide e Zenone. In Età Romana, divenuta municipio con il nome di Velia conobbe un periodo di grande sviluppo fino a quando il progressivo insabbiamento dei due porti costruiti dai focei e le catastrofiche alluvioni decretarono la fine della sua potenza economica (IV sec. d. C.). Nel Medioevo l’abitato si ritirò sull’acropoli dove venne costruito un castello con torre di avvistamento(ancora visibile). Nel corso del Seicento, la città fu progressivamente abbandonata. L’area archeologica di Velia, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, comprende i tre nuclei in cui si articolava l’antica città, ovvero il quartiere meridionale, il quartiere settentrionale (collegati da una strada terminante con due porte, Porta Marina Sud e Porta Marina Nord) e l’acropoli. All’interno delle mura sono presentialcuni edifici di età ellenistica ed imperiale. Risalgono all’età romana le Terme Adrianee, un edificio pubblico formato da un criptoportico a tre bracci, sede forse della scuola medica, palestra o sacello del culto imperiale, la Masseria Cobellis, altro edificio pubblico su due livelli con ninfeo e vasca. All’età ellenistica appartengono invece, un impianto termale risalente al III sec. a. C., l’Agorà costituita da una piazza rettangolare delimitata per tre lati da muri porticati e con il fronte colonnato, il Pozzo Sacro dedicato forse al dio dell’amore, e la famosa Porta Rosa, unico esempio di arco a tutto sesto della Magna Grecia pervenuto in perfetto stato di conservazione che metteva in comunicazione i quartieri settentrionale e meridionale della città. Sull’acropoli, l’area in cui si svolgeva la vita pubblica e religiosa della città, sono conservati i resti di un teatro costruito in età romana sui resti di un altro più antico, un tempio, forse dedicato ad Atena, in parte distrutto dalla grande torre del castello normanno.

Punta Licosa

Punta Licosa è uno dei luoghi più incantevoli del Cilento il cui nome è legato alla leggenda della sirena Leucosia (in greco significa “bianca”), la quale si diede la morte da una rupe della costa per un amore non corrisposto, e il suo corpo prese le forme di uno scoglio, l’isola di Licosa per l’appunto.

Una pineta incontaminata e un mare limpidissimo incorniciato da calette di selvaggia bellezza fanno di questo sito un piccolo paradiso per naturalisti e subacquei. Il piccolissimo molo ed il Palazzo Granito, un casino di caccia con annessa cappella settecentesca ne suggellano il fascino regalando meravigliosi scorci da cartolina. Recentemente dichiarata Area Marina Protetta, Punta Licosa vanta anche una delle spiagge più belle d’Italia. L’area forestale, costituita da macchia mediterranea, conta al suo interno il minuscolo abitato posto alle pendici del Monte Licosa, e un’antica rocca. Dinanzi al promontorio di Punta Licosa emerge l’omonimo isolotto semi sprofondato nel V sec. a. C. dove si trovano ruderi di mura ed un faro. Nelle sue acque invece, sono visibili i resti sommersi di una villa romana e di una vasca per l’allevamento delle murene. Gran parte del territorio di Punta Licosa è di proprietà privata, dunque non completamente accessibile al pubblico.

Castellabate
Arroccato sulla cima di una collina, il paese – roccaforte di Castellabate domina le sue 5 frazioni marine (Santa Maria, San Marco, Lago, Ogliastro Marina, Licosa).

Ad accrescere il fascino di questi luoghi contribuisce la leggenda secondo la quale Palinuro deve il suo nome al nocchiero di Enea caduto in questo mare e ucciso dagli abitanti del luogo quando raggiunse la terraferma. La caratteristica principale di questa località balneare è il promontorio di capo Palinuro con la sua forma a 5 punte sovrastato dal faro e con le pareti rocciose che cadono a picco nel mare. Numerose sono le grotte che si aprono lungo la costa rocciosa e frastagliata, delle quali la più nota e visitata è la Grotta Azzurra così chiamata in quanto i raggi di sole che filtrano al suo interno creano particolari giochi di luce in virtù dei quali l’acqua diventa di un blu intenso. Altrettanto suggestive sono: la Grotta d’Argento ravvivata dai riflessi argentei che assumono le pareti, la Grotta dei Monaci in cui le stalattiti sembrano monaci in preghiera, la Grotta delle Ossa con le pareti incrostate di ossa umane ed animali del Quaternario. A differenza delle grotte raggiungibili solo in barca, alle spiagge si giunge anche a piedi. Da non perdere, la spiaggia delle dune fossili in località Saline, la spiaggia dell’Arco Naturale e la spiaggia della Marinella.

Marina di Camerota

Marina di Camerota è un sogno ad occhi aperti, un incontro, un susseguirsi di arenili, cale, dirupi e fondali marini di incredibile limpidezza, incastonati tra due piccoli promontori sormontati da torri di avvistamento. Presenta uno spettacolo incantevole, tra l’azzurro cristallino del mare e il verde della sua ricca vegetazione.
SPIAGGE A MARINA DI CAMEROTA

Il litorale di Marina di Camerota presenta un susseguirsi di spiagge e di rocce a picco sul mare, un mare che alterna acque limpide e chiare a tratti dai fondali profondi di un blu intenso. Lentiscelle, Marina delle Barche, Cala d’Arconte, Calanca e Mingardo.
LUOGHI D’INTERESSE A MARINA DI CAMEROTA

Castello Marchesale

Fu costruito da Orazio Marchese verso la fine del 600 ed è stato tenuto in ottime condizioni dalla famiglia Orsini, che vi costruì l’annessa Chiesa.

Porto Infreschi

E’ considerato il gioiello marino del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Con le sue baie costituite da bianchissime spiagge, alte falesie rocciose, grotte marine, dove si possono fare gradevoli incontri con la fauna selvatica.

Grotte Paleontologiche

Per via della natura carsica del suolo, Marina di Camerota è nota ai paleontologi per le interessanti grotte sparse per tutto il suo territorio, nella maggior parte delle quali, a partire dagli anni ’50 del ’900, sono stati fatti importanti ritrovamenti archeologici, risalenti principalmente all’età della pietra.

Torri del telegrafo

Le tre “torri del telegrafo” o “saracene”, attualmente in restauro sono risalenti all’epoca vicereale, esse costituivano un sistema di vedetta e comunicazione ed erano dislocate in punti strategici opportunamente individuati lungo la costa tirrenica meridionale.

Esse sono, nell’ordine, la “Torre dell’Isola”, la “Torre del Poggio” e la “Torre Zancale”. Altre torri si trovano lungo il vastissimo litorale (22 km circa), ma si trovano abbastanza lontano dal paese e sono quasi tutte ridotte a rudere; tra di esse, sono da citare quella di cala d’Arconte, la Fenosa o Capo delle Gatte, quella di Porto Infreschi, e quella di punta Infreschi chiamata Il Semaforo, giacché venne usata come faro durante la guerra dalle truppe alleate

Oasi fiume Alento

Dalla costa del mar Tirreno all’entroterra cilentano, seguendo il percorso del fiume Alento e dei suoi affluenti, il territorio dell’Oasi Fiume Alento si estende per 3.024 ettari, situati nella provincia di Salerno, in parte all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano ed in parte ai confini dello stesso. L’intero corso del fiume Alento e dei suoi principali affluenti costituiscono una vasta area SIC. L’Oasi è caratterizzata da un ricco patrimonio floreale e faunistico.

Il Fiume Alento, che ha sorgente, foce ed alcuni tratti del suo corso nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, attraversa un territorio in cui le pendici dei rilievi sono caratterizzate dalle presenza della tipica macchia mediterranea, intervallata a coltivazioni di oliveti, frutteti e vigneti. Il corso del fiume, invece, è contornato dalla foresta a galleria, intervallata da zone umide coperte dalla tipica vegetazione dominata dal canneto. Importante creazione umana realizzata in questa area è la Diga dell’Alento.

A valle della Diga è stato realizzato, dal Consorzio Velia (Consorzio per la Bonifica del Bacino dell’Alento), un sentiero che costeggia il corso del fiume. Lungo il sentiero sono presenti stagni e laghetti realizzati allo scopo di permettere la sosta e la nidificazione di uccelli, l’insediamento di specie animali legate alle zone umide, come anfibi, rettili, pesci ecc. Gli specchi d’acqua hanno profondità diverse, proprio per accogliere specie con differenti esigenze ecologiche. Si passa da stagni con una profondità di pochi centimetri, in cui troviamo aironi e altri aldeidi, anatre di superficie, ed i limicoli, al laghetto con una profondità di 1,5 metri in cui si fermano, folaghe e anatre di profondità. Il primo laghetto che incontriamo è “Fiumicello”, contornato da salici, su cui nidificano e dormono comunità di aldeidi. Un sentiero permette di percorrere l’intero perimetro.

Qui si fermano le folaghe, le anatre tuffatrici di profondità, il martin pescatore. Le altre zone umide chiamate Cifari, Selva, Isca della Chianca, Vallone Ponte Rosso, Isca Landi e Tortorellasono specchi d’acqua poco profondi, coperti in buona parte da canneti costituiti principalmente da Typha latifiolia e carici. In questi stagni nidifica la gallinella d’acqua, i limicoli e anfibi. L’intero percorso in cui sono presenti le aree umide è lungo oltre 4 Km e rappresenta una possibilità per un’escursione che sarà sempre ricca di scoperte ed incontri interessanti e diversi in ogni stagione dell’anno.

L’Oasi è caratterizzata, anche, dalla presenza di una fauna molto ricca per numero di specie (inserite negli allegati II e IV della Direttiva Habitat, emanata dalla Comunità Europea nel 1992); alcuni animali, addirittura, sono speciali e protetti in quanto a rischio di estinzione, come la lontra, di difficile avvistamento, come gli aironi cinerini e le coturnici dal piumaggio variopinto.

Parco Nazionale del Cilento

Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano comprende un territorio di circa 180.000 ettari (è il secondo parco Nazionale più esteso d’Italia) delimitato a nord dalla piana di Paestum, a est dal Vallo di Diano, a ovest e a sud dal mar Tirreno.

Il Parco iscritto nella lista Unesco del Patrimonio Mondiale dell’Umanità ed elevato a riserva di Biosfera MaB (Man and Biosphere), è considerato “santuario della natura” e “paesaggio vivente” in quanto raro incrocio di civiltà, specie naturali e popoli. Magnifico risultato dell’opera combinata della natura e dell’uomo, il Parco si caratterizza per la presenza di ambienti costieri, montani e vallivi, per la ricchezza straordinaria di vegetazioni, per un elevato grado di diversità biologica della specie e per le eccezionali tracce di storia che dal Paleolitico arrivano fino ad oggi. Coste incontaminate, falesie rocciose, alture dall’aspra bellezza, sentieri, corsi d’acqua, grotte misteriose, accrescono il richiamo di questi territori, luogo ideale per un rigenerate viaggio nella natura alla (ri)scoperta di un patrimonio dall’inestimabile valore.

La Certosa di Padula
La Certosa di San Lorenzo a Padula è il maggior monumento monastico dell’Italia meridionale, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. I lavori per la sua costruzione ebbero inizio nel 1306 per volere di Tommaso Sanseverino e si protrassero fino alla fine del XVIII sec.

L’epoca felice della cittadella conventuale si concluse con l’arrivo di Napoleone che ordinò la soppressione dell’Ordine Certosino. Abbandonata dai monaci, la Certosa fu depredata di tutti i suoi tesori (1810-13). Dopo esser tornati per un breve periodo, i religiosi lasciarono definitivamente il complesso nel 1866. Dimenticata per anni ed anni, nel 1960 cominciarono le opere di restauro e recupero che hanno riportato questa splendida struttura agli splendori che meritava. Il complesso occupa una superficie di oltre 50 mila metri quadrati. La pianta, che è a forma di graticola per ricordare il martirio di San Lorenzo, segue lo schema di ogni altro monastero certosino, distinto in due grandi aree: la “casa bassa”, ovvero i luoghi di lavoro dove conversi e laici svolgevano le attività utili alla comunità (granai, stalle, depositi), e la “casa alta”, comprendente gli spazi comuni, vicini alla chiesa, (cucina, refettorio, sala del capitolo e del tesoro) e la zona di stretta clausura organizzata intorno al chiostro (celle dei monaci, appartamento del priore, biblioteca, giardini). Di grande bellezza la chiesa con i due cori (uno per i conversi, l’altro per i padri) e l’altare maggiore con intarsi in madreperla, singolare la cucina con la grande cappa della fornace centrale, meraviglioso il chiostro grande che con i suoi quasi 15 mila metri quadrati di superficie risulta essere tra i maggiori d’Europa. Una scenografica scala ellittica a doppia rampa collega i due livelli su cui si sviluppa il chiostro, ovvero il portico (in basso) con le celle dei padri, e la galleria finestrata utilizzata dai monaci per la passeggiata settimanale (in alto).

Teggiano

Posta a 636 m . s.l.m., Teggiano si trova nel versante sud occidentale della Campania, in provincia di Salerno, a dominare l’ampia vallata a cui dà il nome.
E’ una delle più antiche cittadine della provincia di Salerno; sorge su un colle al centro del Vallo di Diano a 637 metri sul livello del mare. E’ considerato il centro storico più importante del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.
Le sue origini si perdono nel tempo. Secondo alcuni storici il primo insediamento umano sul colle di Teggiano si deve ai colonizzatori greci, probabilmente gli Entri.
In Grecia vi era una città, Tegea dala quale è possibile che si siano mossi i primi colonizzatori che diedero vita all’odierna Teggiano.
Tali nomi furono modificati in seguito alla colonizzazione lucana e romana in Tegianum e Dianum fino ad arrivare al definitivo Teggiano del 1862.

Più valida appare la tesi indicante l’origine lucana di Teggiano la quale sostiene che la cittadina fu fondata verso la fine del VI sec. a.C.
Di certo si sa che fu una fiorentissima colonia romana detta Tegianum come testimoniano molte iscrizioni classiche raccolte e molti avanzi architettonici ancora visibili nella cittadina.
A testimonianza di questi periodi restano gli innumerevoli reperti storici costituiti in frammenti classici sia di architettura religiosa che di uso civile attualmente disseminati un pò ovunque lungo le vie del centro storico.
Lo stesso tessuto urbanistico rispecchia in pieno i principi fondamentali dello schema dettato dalla classicità. Ai canoni costruttivi ispirati alla romanità (il suggestivo percorso delle strette e caratteristiche stradine del paese) è facile contrapporre l’aspetto medievaleggiante ancora integro che impreziosisce Teggiano.
Ha assunto attraverso i secoli diverse denominazioni: Tegea quando faceva parte delle 12 città confederate lucane, Tegianum in epoca romana. Più tardi, forse dal IV sec. in poi si chiamò Dianum, non in omaggio alla Dea Cacciatrice come alcuni affermano, ma per la correzione fonetica dialettale. Fu cara a Nerone che la accomunò alle più importanti colonie romane del suo tempo. Col passaggio dal latino al volgare, Dianum divenne Diano , nome che poi nel Medioevo fu esteso a tutto il Vallo. Nel 1862 il paese volle riprendere l’antico nome di Teggiano.
In epoca normanna, la famiglia Sanseverino, conti di Marsico e poi principi di Salerno, acquisì il feudo di Diano di cui facevano parte i casali di Sassano, Monte S. G., S. Rufo, S. Pietro e S. Arsenio.
Per oltre tre secoli (1239-1556) la vita feudale di Teggiano si svolse all’ombra dei Sanseverino. A partire dal XIV sec. Teggiano conobbe uno sviluppo architettonico – religioso ma anche civile e militare, testimoniato dall’imponente castello, reso inespugnabile, che fu poi teatro della politica antispagnola dei Sanseverino.
Nel 1485 vi fu ordita la famosa Congiura dei Baroni contro Ferdinando I d’Aragona; nel 1497 un altro re di Napoli, Federico d’Aragona, dopo mesi di assedio a Teggiano e al suo maniero, trovandola inespugnabile dovette scendere a patti con il ribelle Principe di Salerno, Antonello Sanseverino, strenuamente difeso dai teggianesi.
A quell’epoca oltre al castello era protetta tutta la città, poiché Diano era cinta da alte mura con 25 torri di guardia e tre porte di accesso, costituendo u sistema difensivo difficilmente superabile. In seguito ad una nuova ribellione, guidata questa volta da Ferrante, ultimo Principe di Salerno, i Sanseverino, nel 1552 furono allontanati dal regno. Teggiano fu così feudo di altre nobili famiglie tra le quali i Gomez da Silva, i Grimaldi, i Caracciolo, i Villani, i Colonna, i Calà e gli Schipani.
Al potere e allo splendore dei Sanseverino in campo civile e militare si affiancava la gloria di Diano in campo religioso, reso noto dalle innumerevoli chiese e conventi presenti e dall’antichissimo Seminario.
Nel 1564 Mons. Paolo Varallo, dopo il Concilio di Trento istituì a Diano uno fra i primi Seminari d’Italia, ultimato poi nel 1601. Con la bolla Papale “Admonet nos” del 17 luglio 1586 Sua Santità Sisto V diede la facoltà di stabilire la residenza a Diano (Teggiano) nell’attuale sede a S.E. Mons. Lelio Morello, conferendo a Diano la prerogativa a sede vescovile ed elevava contemporaneamente S. Maria Maggiore all’onore di Cattedrale. L’azione della Controriforma e la presenza di alte cariche determinarono nei secoli successivi un radicale rifacimento delle chiese romaniche gotiche in stile barocco. Nel 1800 molti borghesi dianesi ebbero un ruolo determinante nei moti risorgimentali.
Oggi Teggiano è città d’arte, nonché patrimonio dell’UNESCO ed uno dei centri più suggestivi e “ricchi” dal punto di vista storico e culturale.

Oasi fiume Alento

Dalla costa del mar Tirreno all’entroterra cilentano, seguendo il percorso del fiume Alento e dei suoi affluenti, il territorio dell’Oasi Fiume Alento si estende per 3.024 ettari, situati nella provincia di Salerno, in parte all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano ed in parte ai confini dello stesso. L’intero corso del fiume Alento e dei suoi principali affluenti costituiscono una vasta area SIC. L’Oasi è caratterizzata da un ricco patrimonio floreale efaunistico.
Il Fiume Alento, che ha sorgente, foce ed alcuni tratti del suo corso nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, attraversa un territorio in cui le pendici dei rilievi sono caratterizzate dalle presenza della tipica macchia mediterranea, intervallata a coltivazioni di oliveti, frutteti e vigneti. Il corso del fiume, invece, è contornato dalla foresta a galleria, intervallata da zone umide coperte dalla tipica vegetazione dominata dal canneto. Importante creazione umana realizzata in questa area è la Diga dell’Alento.
A valle della Diga è stato realizzato, dal Consorzio Velia (Consorzio per la Bonifica del Bacino dell’Alento), un sentiero che costeggia il corso del fiume. Lungo il sentiero sono presenti stagni e laghetti realizzati allo scopo di permettere la sosta e la nidificazione di uccelli, l’insediamento di specie animali legate alle zone umide, come anfibi, rettili, pesci ecc. Glispecchi d’acqua hanno profondità diverse, proprio per accogliere specie con differenti esigenze ecologiche. Si passa da stagni con una profondità di pochi centimetri, in cui troviamo aironi e altri aldeidi, anatre di superficie, ed i limicoli, al laghetto con una profondità di 1,5 metri in cui si fermano, folaghe e anatre di profondità. Il primo laghetto che incontriamo è “Fiumicello”, contornato da salici, su cui nidificano e dormono comunità di aldeidi. Un sentiero permette di percorrere l’intero perimetro.
Qui si fermano le folaghe, le anatre tuffatrici di profondità, il martin pescatore. Le altre zone umide chiamate Cifari, Selva, Isca della Chianca, Vallone Ponte Rosso, Isca Landi e Tortorellasono specchi d’acqua poco profondi, coperti in buona parte da canneti costituiti principalmente da Typha latifiolia e carici. In questi stagni nidifica la gallinella d’acqua, i limicoli e anfibi. L’intero percorso in cui sono presenti le aree umide è lungo oltre 4 Km e rappresenta una possibilità per un’escursione che sarà sempre ricca di scoperte ed incontri interessanti e diversi in ogni stagione dell’anno.
L’Oasi è caratterizzata, anche, dalla presenza di una fauna molto ricca per numero di specie (inserite negli allegati II e IV della Direttiva Habitat, emanata dalla Comunità Europea nel 1992); alcuni animali, addirittura, sono speciali e protetti in quanto a rischio di estinzione, come la lontra, di difficile avvistamento, come gli aironi cinerini e le coturnici dal piumaggio variopinto.

Cosa mangiare nel Cilento

Se vi siete mai chiesti dove è nata la tanto decantata “Dieta mediterranea” ora avete la risposta: a Pioppi, nel Cilento. Fui qui che il medico americano Ancel Keys studiò gli effetti dell’alimentazione tipica del Sud d’Italia scoprendone i benefici, soprattutto per la riduzione delle malattie cardiovascolari.
Pane, pasta, riso, molto pesce, frutta e verdura, legumi e tanto buon olio di oliva, insomma un’alimentazione ricca e varia con pochi grassi animali, aiuta a vivere meglio e di più. Ancora oggi questi sono gli ingredienti tipici della cucina locale: protagonisti dei piatti sono il pesce azzurro, soprattutto le alici cucinate in molti modi (arrecanate, in tortiera, speciali quelle imbottite con il caprino), il tonno, il pesce spada, spigole e orate, cernie, i prodotti del Parco regionale e degli orti locali, melenzane, carciofi, asparagi, pomodorini, molti legumi (fagioli, lenticchie, cicerchie, fave, ceci). Gli ingredienti si sposano spesso con la pasta fusilli alla cilentana (ragù con diversi tipi di carne), lagane e ceci, fusilli con melenzane, i classici spaghetti con i frutti di mare sostituita, d’inverno, dalle zuppe con legumi. Tra i dolci, tipici del Natale sono le pasticelle e gli scauratielli mentre nel resto dell’anno trionfa il sapore e l’odore del limone (delizie, babà).

PER I TESTI & LE IMMAGINI SI RINGRAZIA :WWW.10COSE.IT

Casal Velino Bandiera Blu 2017

LA PROVINCIA DI SALERNO SI CONFERMA PRIMA IN ITALIA

La Provincia di Salerno anche quest’anno si conferma da record per le Bandiere Blu. La costiera salernitana riagguanta quella di Savona, prima in Italia per numero di comuni insigniti con il riconoscimento della Fee (Foundation for environmental education), attribuito annualmente per qualità delle acque e dei servizi. Ieri mattina si è tenuta la cerimonia di consegna dei vessilli. In Italia hanno ottenuto le Bandiere Blu 342 spiagge (49 in più rispetto all’estate 2016). In cima alla classifica delle regioni con i lidi più puliti dello Stivale c’è di nuovo la Liguria, con 27 aree costiere, seguita dalla Toscana con 19 e dalle Marche con 17.
La Campania è invece la prima nel centro-sud, con quindici località dalle acque cristalline. Si tratta di Anacapri e Massa Lubrense nel napoletano, mentre le restanti sono in provincia di Salerno: Positano (Spiaggia Arienzo, Spiaggia, Fornillo, Spiaggia Grande), Agropoli (Torre San Marco, Trentova, Spiaggia Libera Porto, Lungomare San Marco), Capaccio Paestum (Varolato, Laura, Casina d’Amato, Licinella, Torre di Paestum, Foce Acqua dei Renti), Castellabate (Lago, Marina Pizzola, Pozzillo, Punta Inferno, Baia Ogliastro), Montecorice (San Nicola, Baia Arena, Spiaggia Agnone, Spiaggia Capitello), San Mauro Cilento, Pollica (Acciaroli e Pioppi), Casal Velino (Lungomare, Isola, Dominella), Ascea (Piana di Velia, Torre del Telegrafo, Marina di Ascea), Pisciotta (Ficaiola, Torraca, Gabella, Pietracciaio, Fosso della Marina, Marina di Acquabianca), Vibonati (Villammare, Santa Maria Le Piane e Oliveto), Sapri (Cammarelle, Lungomare, San Giorgio). Il Cilento, con i suoi dodici comuni premiati su sedici (escluse solo Camerota, San Giovanni a Piro-Scario, Ispani e Santa Marina-Policastro Bussentino) è risultato il vero motore trainante per l’intera Regione. Ciò è stato possibile grazie alla riconferma di tutte le Bandiere Blu 2016 e ad una novità. Tra le tredici new entry italiane, infatti, c’è Sapri, esclusa lo scorso anno. «Siamo molto felici, oggi è un giorno importante per tutti noi, che arriva dopo un anno difficilissimo iniziato con l’esclusione del 2016. Abbiamo lavorato con serietà e responsabilità certi della possibilità di ottenere nuovamente la conferma del prestigioso riconoscimento internazionale», ha detto il sindaco Giuseppe Del Medico.
I record della provincia di Salerno, però, non si fermano ai premi per le spiagge. A questi vanno aggiunte cinque Bandiere Blu per gli approdi turistici. A fare en plein sono Agropoli, Palinuro, Casal Velino, Acciaroli. A questi si aggiungono il porto di Marina d’Arechi, a Salerno, e Marina di Camerota, esclusa eccellente dall’assegnazione delle Bandiere Blu per i lidi. Il comune del Basso Cilento non ha l’ok per candidare le aree protette ad ottenere l’importante vessillo ed è inoltre priva di impianti di depurazione, requisito fondamentale per entrare nella graduatoria della Fee. Tra gli altri indicatori necessari per ottenere la Bandiera Blu ci sono una corretta gestione del territorio che comprende raccolta differenziata e riduzione dei rifiuti, cura dell’arredo urbano e delle spiagge, accesso al mare per tutti, senza barriere architettoniche e limitazioni. L’obiettivo della Foundation for environmental education è quello di spingere verso un turismo sempre più sostenibile, in cui la qualità dei servizi si accompagni al rispetto dell’ambiente, ma verificando che, su questo punto, l’attenzione degli amministratori sia alta e continua. La Provincia di Salerno ha ottenuto il suo primo riconoscimento con Pollica, nel 1987. Da allora è stato susseguirsi di successi.

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